Nelle epifanie di Michini ogni cosa è impastata come l’acqua con la creta

Nota critica di Ilenia Appicciafuoco a “Due solchi paralleli” di Giuseppina Michini

124-L-Michini

Formulare pareri e riflessioni su un’autrice che si ama e che si conosce personalmente è sempre problematico. Si rischia di farsi condizionare dai sentimenti di affetto e familiarità, da esperienze, ricordi condivisi e molto altro ancora. Nonostante questo, cercare di far conoscere il più possibile un libro, ed in particolare un libro di poesie come Due solchi paralleli di Giuseppina Michini (DiFelice Edizioni, 2017) è un compito che non imbarazzerebbe chiunque voglia adempiervi. Ci troviamo di fronte ad un’autrice giovane che è anche artista figurativa e che con pazienza, eleganza e discrezione, porta avanti da anni un’attività incessante che si è espressa attraverso mostre, reading, pubblicazioni, premiata con numerosi riconoscimenti letterari e artistici (con Due solchi paralleli Michini è arrivata finalista al V Premio dell’Editoria abruzzese a Dicembre 2017); una poetessa che non ha paura di estrapolare dal proprio thesaurus di parole termini non di uso comune, legati all’archeologia, alla geologia (altri suoi campi d’indagine ai quali ha dedicato parecchi studi) e alla conoscenza della natura del territorio abruzzese; stiamo parlando, infine, di una scrittrice che anche nei versi dedica spazio a se stessa solo in relazione con il mondo e con l’altro, staccandosi dall’autoreferenzialità, propria di questi anni, senza nessuno sforzo. Michini o i moti della sua anima non sono mai, infatti, i soli protagonisti di questa poesia, una poesia legata alla terra – in senso stretto – a storie, gioie e dolori di chi la circonda, alle esperienze quotidiane, al tema del percorso e della fusione tra corpo e mente, di io e l’altro, di dentro e fuori, di presenza e assenza. Fin dai Due solchi paralleli del titolo, che fanno pensare al lavoro dei contadini durante l’aratura, vengono tracciate le due strade che l’autrice percorre, la scrittura e l’arte figurativa. In copertina troviamo proprio un’opera dell’autrice, Mente e pensiero, un dittico realizzato nel 2017 che ci suggerisce una chiave di lettura del testo, in cui forze fisico e metafisico, contenente e contenuto, attivo e passivo, cielo e terra sono un tutt’uno. Nelle epifanie di Michini ogni cosa è collegata, anzi impastata come l’acqua con la creta. I personaggi dei versi, i suoi interlocutori rimangono dei “tu” sospesi, senza nome né identità. Potrebbero essere doppi dell’autrice stessa, espediente letterario che la scrittrice utilizzava anche nei racconti in prosa scritti durante l’adolescenza, ma quello che più interessa è che tutti loro subiscono una trasformazione.

L’astratto del reale risente

di istinti convulsi,

di mostri amorfi che ti addormentano

e tentenni all’incedere del panico;

ti stringi tra gli alberi,

te ne vai con un corpo di stormi.[1]

 ***

Il terreno si è prosciugato ora

e i litorali mutano: dategli acqua.

Davanti alle nostre braccia la violenza ci crepa

dategli acqua alla creta, che si rialleghi.

Così diluisci i grumi del dolore fino a sera o

almeno fino a quando riponi l’impasto e dimentichi. [2]

Nonostante la grande e profonda attenzione per la natura che Michini, cresciuta nelle campagne di Canzano in provincia di Teramo, coltiva nei suoi scritti fin da adolescente, lo sguardo su fauna e flora non è né delicatamente bucolico, né rassicurante. I boschi assumono spesso l’aspetto di un percorso ingannevole in cui nulla è perfetto; che può essere rifugio, ma anche trasformarsi in prigione o fare da sfondo a situazioni drammatiche, allucinate. Sovente, inoltre, i paesaggi svolgono una funzione metaforica, rappresentando i moti delle anime dei protagonisti dei versi. La natura non è né madre né matrigna, ma si trasforma in un non luogo in cui gli uomini, invece di rilassarsi e ritrovare loro stessi, incontrano il proprio dolore in un faccia a faccia inevitabile.

Vai per conto tuo tra i tornanti,

non c’è carne né sangue che facciano male

nel suicidio

e tu piangi se lo dici.

Un serpente sottile e argenteo

è inghiottito da un altro più grosso e nero

e tu piangi se lo dici. [3]

Le contaminazioni (è il titolo di una poesia presente nella silloge) e la compresenza costante di un elemento e del suo opposto, si manifestano quasi in ogni componimento del libro, ed è altrettanto vero che, così come i solchi, anche l’essere umano, qui, è attraversato da sensazioni molteplici. Al tempo stesso è ricorrente il tema del viaggio, inteso sia in senso stretto (in Terra-Cielo andata e ritorno), sia come passeggiata o Escursione – attività che contraddistingue chi, come l’autrice, ama avventurarsi nei sentieri di montagna – e infine come percorso interiore. Questa terza alternativa è presente in Viaggio di noi anime (Dai lontani vetri del vagone / riapro il cassetto / mentre pareti di creta sgretolano / tu sali sul palmo) e nei bellissimi versi finali di Un altro giro (Bisogna andare a incontrare il silenzio / e a trovare le margherite / e non sentirsi più dentro, / ma nell’aria, lontana). A differenza delle sue sculture e installazioni che, stando allo sguardo superficiale di una profana come chi scrive, appaiono sempre più votate alla ricerca dell’essenziale – anche tramite l’uso di materiali pesanti, metallici e di scarto – la poesia è invece gonfia di spunti e di collegamenti che pervadono ogni verso. Le riflessioni profonde delle quali è imbevuta e i riferimenti a una natura lontana dall’idillio così come dalla dimensione crepuscolare, ma dalle atmosfere quasi –perdonino i critici – underground, ricordano a chi scrive i versi di Patrizia Vicinelli, anch’ella poetessa e artista figurativa. Attiva dagli anni 60 anche come performer teatrale, e nel cinema (la ricordiamo in una scioccante sequenza del film Amore tossico di Claudio Caligari, in cui interpreta se stessa), morì prematuramente a causa di un percorso di vita maledetto come solo può essere, in un modo o nell’altro, quello di un autore di versi. Anche la poesia di Michini è influenzata non solo dalle letture e dalle riflessioni sull’esistenza, ma anche da vicende personali che, se da un lato ci fanno toccare con mano l’abisso, dall’altro ci permettono di interiorizzarlo e sublimarlo nei versi.

Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Dalla sua radice gassosa ne muta
la base visibile
e lo cimenta la traiettoria
di notte e giorno la luce,
il cielo.
È fusa la donna alla sua ombra
eppure trema al fuoco dell’inizio
così se li sposta i suoi passi
Iside all’orizzonte mèta
ora essa fugge la sua lontananza.
(…)[4]
 

Come un’altalena, come un arcobaleno, il penetrare in alto e in basso, colorato, a

croce lui
ripete l’andamento. Interiorizzato l’abisso
è una struttura dell’essere, egli si strazia nell’immerso come nella sua pratica, il

solito.
Prendere in mano la sorte del suo destino e integrarlo
e diventare l’agognato essere dei sogni, a picco la luna sulla mente
non smette di influenzare. Morbi
scattanti angustiano, ed è una morsa di ferro ma il principio non è dimenticato,
neppure la lotta, neppure la resa, neppure
l’incessantemente corso
di questo fluire di questa vita di questo cosmo, a paragone.
Nella chiusura e nell’apertura, si schierano i miopi
cercatori, s’immergono nei pozzi oscuri e scattano come risucchiati verso le

stelle, dopo
una stanchezza che pareva già morte.[5]

Tuttavia, nonostante la tensione drammatica che riscontriamo in entrambe le produzioni, la poesia della giovane abruzzese tende alla speranza, alla redenzione e alla vita. L’attenzione per l’essere umano, il più delle volte colto in situazioni penose e drammatiche, ma amato e osservato nella sua totalità, traspare in ogni componimento anche grazie ai contrasti che si creano in varie “sequenze” poetiche. L’operazione non serve a stupire o turbare il lettore, ma conserva la stessa semplicità e immediatezza, spesso crudeli, che caratterizzano ogni esistenza. Quando ciò accade è come se assistessimo al lavoro di un pittore.

Basta una pennellata, una sfumatura, un verso, per passare dalla morte alla vita, con tutte le sue contraddizioni, amandola e preservandola ostinatamente per ciò che è.

Paure:

ne scrivo un elenco

poi disegno le linee

e i volumi che ne adagiano la fine.

Ti lascio per un momento,

restami a fianco;

torno nel baratro

vado a dirgli che non serve,

è nato altro che ci dilegua

se non lo vuol vedere.


Ti trovo dissociata,

attacchi stickers sulle piastrelle

defecando con la porta aperta.

Mangiamo merda per aggirare pensieri di morte:

bisogna farlo dato che ci è rimasta la vita.

Socchiudo, e corro maledetta.[6]

[1] Giuseppina Michini L’ultimo mondo; poesia tratta da Due solchi paralleli (DiFelice Edizioni, 2017)

[2] Giuseppina Michini L’isola, Ibidem.

[3] Giuseppina Michini Una preda che vuoi Ibidem

[4] P.Vicinelli Il cavaliere di Graal, da Non sempre ricordano Le Lettere, Firenze, 2009.

[5] P.Vicinelli Attraversare il fiume Ibidem

[6] G.Michini Restami a fianco in Due solchi paralleli, DiFelice Edizioni, 2017.

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