Franco Matacotta

Franco Matacotta nacque a Fermo nel 1916. Appartenne alla generazione di poeti che si fecero conoscere nel secondo dopoguerra. Studente di Lettere nell’università di Roma negli anni tra il ’35 e il ’39, fu uno dei collaboratori della rivista malapartiana “Prospettive”, nella cui collana di poesia pubblicò nel ’41 i Poemetti, che attirarono immediatamente l’attenzione della critica. Fra gli altri, Sergio Solmi scrisse: «Stupisce come un miracolo uno strumento formale così perfetto in mano a un giovanissimo.
Matacotta tende a sfuggire per la tangente della bellezza al suo preciso impegno terrestre. Vorrei che l’angelo della sua poesia si incarnasse.» L’incarnazione sollecitata dall’illustre critico fu per Matacotta, e non solo per lui, la tragica esperienza della guerra.
Chiamato alle armi nel ’41, fu artigliere in Sardegna. Di questo contatto con la “naia”, egli diede testimonianza nel volumetto Naialuna. Dopo l’8 settembre, abbandonata l’uniforme, fuggì da Roma occupata e riparò nelle Marche. Entrato nel mese di novembre in un GAP partecipò attivamente alla Resistenza.
Nel ’44 pubblicò sul n.1 di “Mercurio”, la rivista di Roma libera, diretta da Alba De Cespedes, la lirica Ottobre 1942 con la traduzione de Gli Sciti di Block. L’anno successivo, pubblicò la traduzione di Poesie di S. Jessenin e il volume Fisarmonica rossa, che raccoglie le liriche scritte nella vita clandestina. Fuori dall’engagement, esso rappresenta, in sede formale, la prima rottura con l’ermetismo. Dal ’45, Matacotta parve, salvo che per un libro di liriche di più privata confessione, Ubbidiamo alla terra, isolarsi dalla letteratura. Furono anni di preparazione politica, di milizia comunista, di esperienze educative e didattiche nel campo della scuola, di attività giornalistica.
Nel ’53, raccolse nel volume Canzoniere di libertà, tutti i suoi versi politici. Il tema della libertà vi ritorna, senza più le sollecitazioni drammatiche del ’43, con una fiducia e speranza tuttavia illese, e un senso acre e mordente della “Resistenza”, del dopoguerra, cantante e popolaresco.
Nel ’56 uscirono I mesi. Di essi Francesco Flora scrisse nella prefazione: «Matacotta ha colto la Resistenza nelle ragioni assolute che la fecero nascere: un richiamo all’ordine, la difesa e l’affermazione dell’uomo.
Riacquistano tutto il loro significato originario parole sfigurate e quasi consunte dall’abitudine, la patria, la famiglia, i figli, l’amore, la purezza del vivere. Egli non ha soltanto pensata ma sentita la Resistenza collegarsi alle ragioni del Risorgimento, la cui poesia fu, per vie native, una scuola di educazione alla libertà interiore e alla lbertà civile.» Gli avvenimenti ungheresi del novembre ’56 non potevano non trovare impegnato il poeta che in Fisarmonica rossa aveva scritto: Ricordatevi, ragazzi futuri, vigilate il governo, / sparate sulle strade se la libertà è assassinata. Per Matacotta l’accezione del termine “Resistenza” è così pregnante e risolutiva da estendersi, come una categoria dello spirito, contro qualunque forma limitativa della libertà, venisse pure dall’interno medesimo del mondo in cui crede e per cui lotta.
Il ’56 rappresentò per lui il punto di saturazione degli innumerevoli ingorghi precedenti. Tuttavia, nativamente alieno dalle crisi, e fedele al proprio mondo di lotta e di resistente speranza, Matacotta portò innanzi il suo discorso critico e polemico sopra il terreno a lui più familiare, quello della poesia. Nacquero così nel ’57 i Versi copernicani, che già nel titolo contengono una precisa presa di posizione ed un programma, ancora una volta nel senso attivo e positivo della lotta per la libertà, della fede nell’uomo. «La crisi ha un valore per me – ha scritto – se la si traduce nella coscienza d’essere usciti da quelle secche e d’essersi avviati sopra una strada aperta, rifiutando ogni posizione tolemaica. Perché, in definitiva, il tema della libertà, come la Resistenza lo pose nel ’43, non è mai scaduto.»
Nel ’59, pubblicò il volume Gli orti marchigiani, in cui prevalgono i temi della riflessione morale, dell’interrogazione, della memoria appassionata e dolente. Nel ’75, l’autore pubblicò La peste di Milano e altri poemetti (prefazione di Franco Fortini), che raccoglie le poesie scritte tra il ’59 e il ’67, vale a dire in anni di profonde revisioni e lacerazioni, e testimonia la fedeltà di Matacotta a un esercizio poetico inteso, ancora e sempre, come alto impegno civile e morale. In particolare, il volume riflette due momenti decisivi della sua esperienza: l’arrivo nel ’59 a Milano, che egli considerava un’isola di progresso culturale, sociale e tecnologico, e che invece scoprì piena di contraddizioni; e la tragica morte del figlio Massimo, avvenuta nel ’60 ad Ancona, mentre Matacotta era a Milano. Tutta la problematica esistenziale degli Inni nasce da questa “folgore”. Infine, nel ’77, uscì Canzoniere d’amore (prefazione di Giuliano Manacorda).
Matacotta morì a Genova nell’aprile del ’78.

Per la Di Felice Edizioni è stata pubblicata a cura di Gabriele Morelli l’antologia Franco Matacotta. Poeta e cittadino dimenticato (collana «Il gabbiere», 2016)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...