Editoria e cultura. A proposito delle Di Felice Edizioni

di Pietro Civitareale

La letteratura in genere, e la poesia in particolare, hanno sempre avuto, in Italia, una scarsa attenzione da parte delle istituzioni e degli organi pubblici e privati, sia perché sono beni accessori, o considerati tali (e quindi fuori, in una certa misura, dai circuiti del consumo e del mercato), sia perché, nei loro riguardi, non esiste, a livello sociale, una tradizione educativa consolidata, senza contare che viviamo in una società dove, sfiorando il paradosso, sono più coloro che scrivono che coloro che leggono e che questi ultimi, per di più, prediligono letture che appaghino più il cuore che la mente, più l’evasione che l’impegno, più il piacere immediato ed evanescente che il bisogno di elevazione culturale, morale e spirituale.

Anche da ciò ha origine la crisi della cultura e in specifico della letteratura (che della cultura è una delle espressioni più sensibili ed attive), nonché la crisi di quegli strumenti operativi attraverso i quali l’una e l’altra trovano lo sbocco alla loro diffusione, con il rischio della mercificazione, alla quale la società di oggi, sempre più muoventesi sul piano della industrializzazione e della tecnologizzazione, tende a costringere ogni rapporto umano e sociale.

A questa realtà, che caratterizza una condizione dichiaratamente consumistica, non sfugge l’editoria culturale. Ecco allora il dramma del rapporto tra cultura ed industria culturale quale è esploso in questi ultimi decenni, che vede, da un lato, gli interessi industriali condizionati dal mercato, e pertanto integrati nel sistema del potere, e, dall’altro, la cultura la quale, dipendente com’è dalla editoria, tenta sia la strada della sintonia con essa che quella della resistenza.

Ciò spinge l’editoria, anche quella più consapevole dei valori culturali in gioco, a puntare le sue carte sui prodotti più vendibili, Diventa così comprensibile, ad esempio, la forzatura sulla narrativa, un genere che ha raggiunto in questi ultimi anni un massimo di produttività ma anche un massimo di inerzia nel senso della incidenza culturale e letteraria, come diventa comprensibile il confuso coacervo di iniziative, relative alla poesia, che rappresenta il meno vendibile dei prodotti della intelligenza, ma anche il più manifesto e incisivo, sotto certi aspetti, nei riguardi dell’establishment politico ed economico. Una tale situazione induce gli editori a muoversi in una condizione di stretto vertice, ad affidarsi ad un ristretto e accentrato giro di scrittori di professione e non (ma, per ovvie ragioni, questi ultimi con un folto seguito di pubblico), chiudendosi automaticamente ai richiami delle periferie culturali, pur così ricche di imprevedibili risorse, costringendo la massa degli autori emergenti (tra i quali non manca chi meriterebbe ben altro) nel mucchio di una produzione in definitiva inerte.

 Ne consegue che i poeti e gli scrittori in genere, che si apprestano ad imboccare la strada della carriera letteraria, e non soltanto questi, più che vincere le proprie incertezze, le proprie perplessità, il proprio disagio di fronte alla pagina bianca o allo schermo del pc, devono vincere le resistenze di una editoria che, in genere, è portata a considerare un’opera inedita esclusivamente come un affare, pronta di conseguenza a rifiutarla se non possiede quegli attributi in grado di assicurargli una adeguata remunerazione economica, disinteressandosi delle sue effettive o potenziali qualità culturali e letterarie.

 Del resto, il rapporto tra scrittore ed editore è quasi sempre stato un rapporto conflittuale di consenso-dissenso, di divisione-condivisione. A tale proposito vale la pena ricordare che negli anni Settanta l’unica forma in grado di risolvere il problema della circolazione delle opere poetiche e letterarie in genere tra scrittori che si affacciavano alla ribalta, fu quella del ciclostile la quale, collocandosi nell’ambito della contestazione giovanile, si offriva anche come moto di protesta contro una editoria arroccata su posizioni che miravano esclusivamente alla difesa dei propri interessi commerciali. Si trattava, in altre parole, di un credito al ciclostilato di memoria resistenziale e clandestina che prendeva piede soprattutto negli ambienti giovanili, i quali avevano perduto la fiducia nei canali tradizionali della cultura e si preparavano a saltare gli ostacoli del sistema rifiutandosi di subirne le massificanti procedure, l’ingiustificato ostracismo, per affidarsi ai mezzi più liberi della diffusione spontanea.

Per fortuna sono operanti, soprattutto in provincia, alcune editrici le quali, conciliando programmaticamente le necessità di bilancio con le esigenze della poesia e della letteratura in genere, riescono a sottrarsi al dictat dei meccanismi economici perversi del nostro tempo e a portare sul mercato opere di scrittura di accertato valore, senza fare distinzioni tra autori già affermati, e dunque con una più o meno folta bibliografia alle spalle, ed autori esordienti, purché le loro opere rispondano a criteri di novità e di validità letteraria e culturale.

Tra di esse un’attenzione speciale meritano le Di Felice Edizioni, che operano da alcuni anni a Martinsicuro, in provincia di Teramo, in una provincia, peraltro, che ha da sempre offerto un ammirevole attivismo culturale con la pubblicazione di riviste e giornali, l’organizzazione di concorsi letterari e dando i natali a personalità di indiscusso valore letterario ed artistico. Le sue finalità consistono nel promuovere la letteratura locale, offrendosi come “un’occasione” concreta ed efficace, nonché la letteratura nazionale e straniera; nel valorizzare la poesia; nel prestare attenzione all’attività di traduzione, come strumento strategico per avvicinare culture diverse, e alla organizzazione di eventi e manifestazioni intesi come momento di incontro e confronto, tenendo sempre presente gli aspetti culturali di ogni iniziativa e rivolgendosi in particolare ad opere portatrici di nuovi contenuti letterari, morali e spirituali.

Editoria e scrittura diventano, in tal modo, un binomio inscindibile, un connubio tra due realtà che mirano al medesimo obiettivo: la crescita culturale dei lettori. In una intervista, rilasciata nel 2011 a Simone Gambacorta, ecco cosa dice Valeria Di Felice, fondatrice e responsabile delle omonime Edizioni, nonché poeta in proprio: “Editoria e poesia sono due modi diversi ma complementari di vivere la parola: come editrice attraverso la scrittura “scopro” gli altri e il loro mondo, ne colgo intuitivamente la ragione d’essere e cerco di creare un “filtro”, uno spazio di mediazione tra lo scrittore e il lettore. Come poeta (…) attraverso la scrittura scopro me stessa e il mio mondo”. Altrove, consapevole delle responsabilità che si è assunta, parla di “atto di coraggio” e di “pura incoscienza”. Tuttavia, in considerazione della “situazione in cui perversa l’Italia, soprattutto per le piccole case editrici, non avrei mai fatto questo passo se a spingermi non fossero stati l’ingenuo e incurabile entusiasmo che ho per questo campo e una fortissima motivazione umana, prima che commerciale”.

Editoria dunque intesa come attività di promozione culturale, in quanto “il libro per una “civiltà della scrittura” come la nostra, non è una istituzione da biblioteca, ma una realtà che riflette e allo stesso tempo struttura il nostro immaginario collettivo, crea senso di appartenenza, identità, continuità, si fa veicolo di patrimonio culturale e apre spazi alla riflessione”; un’attività nella quale “importante è la responsabilità dell’editore che non sia mosso solo da logiche di mercato (…), ma contribuisca a dare una direzione di senso a forgiare la memoria storica in cui la parola (,,,) è il detentore della conoscenza e della riflessione identitaria”. Ciò consente di “vedere attraverso la scrittura le testimonianze del passato e di rendersi a sua volta testimone e interprete del presente”. Obiettivo, come si può vedere, più che ambizioso, quasi al limite dell’utopia, tenuto conto degli orientamenti ideologici ed operativi del nostro tempo, ma il solo in grado di valorizzare, senza stravolgimenti e scappatoie opportunistiche, una tradizione autenticamente umanistica, recuperandone al meglio le virtualità ermeneutiche e finalistiche.

Le Di Felice Edizioni estrinsecano la propria attività attraverso una serie di collane (che spaziano dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla traduzione) e vantano già, a distanza di pochi anni dalla loro fondazione, un centinaio di titoli. Ma in questa sede ci occuperemo, brevemente e a puro titolo esemplificativo, solo di un numero limitato di essi, facenti parte delle due collane dedicate alla poesia (“Il Gabbiere” e “I Poeti di Smerigliana”) e cioè: Dei corvi e delle spighe (2013) di Antonio Camaioni; Musa fitta nell’azzurro (2014) di Davide Argnani; Anonimia di formiche (2014) di Domenico Cara; L’antiriva (2014) di Valeria Di Felice; Elogio delle acque e della pietra (2014) di Maria José Flores Requejo, per quanto riguarda la collana “Il Gabbiere”, ed Armi nere (2012) di Nazìh Abu ‘Afash; Il poeta è un clandestino (2013) di Carlo Cipparrone; Esercizi spirituali per cosmonauti (2013) di Marco Ferri; Binomio fantastico (2014) di Anna Ruchat, per quanto riguarda la collana “I Poeti di Smerilliana”.

 Poeta sui generis (Valeria Di Felice lo definisce “avventuriero e ribelle” nella prefazione alla raccolta), Antonio Camaioni riconferma la sua “irregolarità”, che si estrinseca in una inquieta e trasgressiva vocazione alla “erranza”, mosso da una fisiologica impossibilità a radicarsi e ad autodefinirsi, facendo di sé e della realtà emblemi di un disordine cosmico all’apparenza irredimibile, pur non chiudendo del tutto le porte ad una speranza di rinascita e ad una possibilità di ricomposizione della propria identità.

      Diverso l’atteggiamento sentimentale e concettuale di Davide Argnani nei confronti della realtà delle cose. Diverso anche il tema che affronta: da poeta sociale e civile, come finora lo abbiamo conosciuto, a poeta d’amore. Ma la saldezza e la perentorietà del suo dettato poetico non sono cambiate, hanno acquistato soltanto una maggiore fluidità ritmica, una più evidente dolcezza espressiva che, tuttavia, non indulge mai a quel sentimentalismo proprio della poesia amorosa, risolvendosi in una pacata riflessione sulla realtà e sulla condizione esistenziale dell’uomo, colte sempre in una prospettiva di reciproca influenza e di un dinamico oggettivismo.

 Quella di Domenico Cara è, nel versante lirico novecentesco, un’esperienza poetica tra le meno assolute, indulgendo, nella dizione e nella ideologia, ad una insistita ricerca di rapporti semantici, spesso antitetici e antagonistici, per collocarsi infine in una durata riconoscibile, sia sul piano della storia personale che su quello dello stile. Una poesia, in ogni caso, aperta al dialogo, ai richiami intersoggettivi, sia pure ad un dialogo costituito talvolta di ombre, di insolubili ambiguità, ma il solo in grado di offrirgli, come uomo, una possibilità di esistenza nel giro dei corsi e dei ricorsi del dinamismo cosmico nel quale l’uomo è collocato.

Soprattutto come luogo dove ritrovare “le condizioni ideali per creare o meglio per ricreare se stessa” e dunque come cammino verso la verità, si offre la poesia di Valeria Di Felice; una verità tuttavia che non risiede nel qui ed ora della quotidianità, ma è tutta da inventare oltre la linea del presente, dopo aver preso coscienza delle inquietudini e delle euforie, delle angosce e delle speranze, degli entusiasmi e delle ferite che l’esistere fatalmente impone. Poesia, pertanto, che non ha nulla a che fare con una visione negativa della realtà, Si propone anzi come una ricognizione oggettiva e totalizzante di essa e del ruolo dell’essere umano nel divenire del mondo, al di là di ogni connotazione critica o Come adesione piena ad un naturalismo cosmico si presenta l’esperienza poetica di Maria Josè Flores Requejo. Un naturalismo espresso con un linguaggio distillato e scarnificato fino ad una nuda ossatura sostantivale e verbale. Ne emergono le sembianze di una discorsività intimizzata, il gusto di una osmosi io-realtà che mette in evidenza una sorta di immanentismo da conoscenza fisiologica, in cui soggetto ed oggetto, il sé e l’altro da sé, diventano tutt’uno, elementi di una vicenda comune, sottoposti allo stesso dinamismo metamorfico, stabilendo in tal modo una unità organica tra osservatore, luoghi della osservazione ed oggetto osservato.

Quella di Nazìh Abu ‘Afash è un’esperienza poetica che si affida in toto alle risorse della immaginazione e alla surreale ambiguità del sogno, le sole dimensioni in cui, capovolgendo o abolendo ogni nesso razionale e necessitante, è possibile riscattare la negatività dell’essere. Da questo punto di vista essa punta la sua attenzione sulla solitudine dell’uomo, costretto a fare continuamente i conti con un mondo nel quale ogni fenomeno sfugge alla sua comprensione, nonché sulla sua insufficienza ad essere, nei termini di un dettato poetico il quale, lasciando libero gioco alla soggettività, fa di alcune figure retoriche un espediente teso a risarcire, sul piano formale e stilistico, la condizione di fragilità dell’esistenza umana.

      Per altro verso, l’esperienza poetica di Carlo Cipparrone (come, del resto, il titolo della raccolta polemicamente suggerisce) denuncia il clima di indifferenza sociale e istituzionale esistente nei confronti della poesia e conseguentemente di chi la fa: un invito questo, come egli stesso scrive nella “Premessa dell’Autore”, “a interrogarsi su quale sia oggi l’effettiva funzione del poeta”, nei termini di un pessimismo che non gli impedisce tuttavia di porsi come “un tangibile esempio della vitalità delle aree periferiche della cultura letteraria nazionale”, ma soprattutto di proporci, contro ogni sentimento naturale o indotto, un esempio di poesia autentica, sintesi di quella sottile vena di sarcastica indignazione, di lucida e nello steso tempo risentita perorazione della poesia, che la rende ancora più prensile e vivace.

      L’esperienza poetica di Marco Ferri si offre soprattutto come una ricerca di insoliti accostamenti verbali, come esibizione di un linguaggio estremamente personalizzato; e, in tale senso, prevale in lui, più che il ricercatore di verità e di un sentimento finalistico dell’esistenza, l’abile e sofisticato tessitore di effetti fonici e verbali, di contrapposizioni semantiche, nell’ambito di un sentimento individuale di isolamento che nasce dalla convinzione di una ontologica impossibilità a riconoscersi nella storia di tutti, e costretto di conseguenza a reinventarsi continuamente nella parola.

Quella di Anna Ruchat, al contrario, è una poesia la quale, aldilà della sua specificità tematica, riconosce un valore salvifico alla memoria. Pur dimorando e rispecchiandosi in uno spazio di visioni, il passato ed il presente acquistano il senso di una verità affermativa, nella quale ogni individuo è in grado di intravedere la propria strada, giacché non si può andare “nel vuoto/ senza misure né tempi”. Una poesia dunque intrisa d’ottimismo, aperta alla speranza, la quale trova la sua massima giustificazione nella diacronia delle esperienze che danno forma e consistenza alla vita di ognuno di noi.

Come appare evidente, dai pochi cenni di commento di cui sopra, le Di Felice Edizioni, al di là delle peculiarità letterarie di ciascun autore, offre, dei poeti italiani e non attualmente sulla piazza, un panorama bibliografico più che convincente sul piano dei valori letterari e delle loro capacità di lettura della realtà, segno di un gusto e di una intelligenza selettiva la quale, prima di rispondere ad esigenze meramente mercantile, è un segno di sensibilità e di competenza critica, nonché l’espressione di una volontà, vissuta in prima persona dalla responsabile stessa della Editrice, di avvicinamento fattivo a quella risorse della cultura e della creatività dell’uomo, tenute immeritatamente ai margini della società.

Da “Capoverso” – Rivista di scritture poetiche n. 30 (luglio-dicembre 2015)

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