Segni e segnali del Nuovo Millennio

Martinsicuro è un Comune di circa 16.170 abitanti della provincia di Teramo, ed è situato sulla destra della foce del fiume Tronto. È il Comune più settentrionale dell’Abruzzo ed il primo Comune, venendo da nord, affacciato sul Mar Adriatico. Qui da qualche anno è sorta una nuova Casa Editrice di ottima levatura, Di Felice Edizioni, diretta da Valeria Di Felice (tra le collane “Il gabbiere” diretta da Sante De Pasquale), che pian piano sta crescendo culturalmente con la pubblicazione di ottimi volumi di poesia. E proprio a Martinsicuro è nato e vive un poeta tutto eccezionale come ANTONIO CAMAIONI, già noto alle cronache letterarie per i suoi libri di poesia, del quale la Di Felice Edizioni nel 2013, nella collana “Il gabbiere”, ha pubblicato l’opera Dei corvi e delle spighe (prefazione di Valeria Di Felice, con note critiche di G.B. Squarotti, G. D’Elia, F. Santi, pg 168, euro 13). Dopo anni di silenzio (L’Errante è l’ultima silloge del 1999 nelle edizioni de L’Ortica di Forlì),ecco ora, con l’aggiunta delle ultime poesie inedite, la sua opera omnia Dei corvi e delle spighe di Antonio Camaioni con una ben radicata prefazione di Valeria Di Felice la quale a un certo punto fissa in bel rilievo la carta d’identità del nostro vero e particolare autore: “Poeta avventuriero e ribelle: proprio come Arthur Rimbaud, compie un viaggio in Africa che dura più di dieci anni. Poeta notturno: proprio come Dino Campana… Testimone inquieto e interprete radicale dell’essere…” come in questi versi da pag. 118: Essere saggi non si può,/mai più in un tempo che meraviglie vieta -/ma bimbi ancora sì, ma folli e poeti:/traversarne i carnai canticchiando /stornarci, sopportarne gli orrori, noi,/noi turbinando, ingorghi di chimere,/di linfe erotte da marcite croste/a subissarci – eh, per divini sbocci…” La poesia di Camaioni, così densa di scatti e di strazi, di allegrie e di invettive, di allegorie e di dolenti metafore, continua a colpire il lettore per il suo carattere ribelle, a volte oscuro ma più spesso colmo di imponderabili e acuminati simbolismi esistenziali. Non soltanto perché Ci sono parole,/parole che rodono/e rodono il cuore,/che a pascere incubi/inghiottono sogni…” ma perché, dopo anni di profonde illuminazioni contrastanti in un vortice continuo di una realtà dell’assurdo, fra vita errabonda e nichilista, Camaioni persevera in una costante metafisica autocondanna tipo delitto e castigo di dostoievskiana memoria. Antagonista più di se stesso che nel confronto con l’altro da sé, questo poeta, lontano da ogni scuola, e da ogni conventicola poetichese, non si lascia prendere dalle mode e va sempre per conto proprio.

Altro abruzzese d’origine ma fiorentino d’adozione è PIETRO CIVITAREALE, noto poeta bilingue (dialetto abruzzese e italiano), che con Cartografie di un visionario (Di Felice Edizioni, pg. 176, euro 12, 2014) mette fuori dal cassetto “testi scritto dal 2008 al 2013” come dichiara nella sua nota d’autore. In postfazione Valeria Di Felice scrive che “La visionarietà di Civitareale non è torpore onirico, bensì lucida presa sulle incertezze, ambiguità e opacità dell’essere-al-mondo…” Infatti questa esumazione offre ai suoi lettori una vera sorpresa perché i versi che il poeta mette in circolo, dopo cinque anni conservati in fondo al cassetto, dimostrano anche una dimensione stilistica nuova e diversa rispetto al resto della sua opera, da anni ben nota e assai ben considerata. Qui il poeta offre al lettore una propria nuova entità nascosta, rimasta segreta fino alla decisione di esporre al pubblico-lettore i segreti di un’altra parte essenziale del proprio essere, senza ritegno e con efficacia. Se finora il suo discorrere tra dialetto abruzzese e lingua poteva essere scandito da impellenti esigenze di lingua e di dettati civili, adesso in queste cartografie di un visionario il poeta svela viaggi e geografie interiori di spessore intimo tra autobiografia riflessiva e impegno civile alla scoperta della propria terra e della propria esistenza in transito, ma senza mai scadere nel puro sentimentalismo. Anzi il poeta è sempre ben attento a non cadere nell’imbroglio della retorica o del semplice sentimentalismo perché qui afferma senza contraddizioni la natura del proprio essere: delle idee, dei pensieri, delle scelte di vita e di sogno, inventando uno stile e un linguaggio intimo sì ma aperto e ben attento, come scrive Renzo Ricchi nella sua nota, ad ascoltare “ogni più lieve vibrazione dell’Essere e del segreto rapporto con il mondo…” Insomma la poesia di Civitareale in queste cartografie di un visionario dimostra una chiara e profonda autoriflessione dell’Essere con l’Altro, il mondo dentro al quale vive sogna e riflette senza nostalgie. Un buon esempio da pag. 73 della sezione L’inverno dei nostri anni: Plagiati da un amore assoluto,/espugnammo il sonno,/ci affidammo al cammino,/compitando senza timori/le salite e le svolte,/mentre sguardi benevoli/ci spiavano attraverso gli alberi.//La terra rifulse sotto/il nostro passo, il vento/spazzò le nebbie dalla nostra/anima, l’ignoto scopriva/il suo voto; e nella verde/felicità delle viti a primavera,/il canto del gallo scuoteva/le rosse arcate del cielo.

E poi ecco DOMENICO CARA che con Anonimia di formiche, sempre per i tipi Di Felice Edizioni (pg. 176, euro 12, 2014), offre ai suoi lettori una nutrita e particolare alternanza armonica di tonalità opposte, di tipo antidittico, nel senso che le sue parole sembrano percorrere un cammino in senso contrario: s’incontrano, si separano e dettano sentenze. Sfogliando il libro, tuttavia, e pensando anche all’insieme dell’opera di Domenico Cara attraverso i lunghi anni della sua scrittura, essa rivela una propria plausibilità. La sua sembra una poesia che nasce da intuizioni esistenziali, senz’altro, ma come intrisa di proteste, di ironie, di formule magiche, intraducibili e allo stesso tempo invece chiare e provocatorie come lo schiaffo del vento o la bestemmia di un misterioso predicatore di sentenze e, per esempio, con tutta L’eleganza di questi versi (da pag. 142): Intorno all’eleganza, un finto abito/di seta, un costante idillio della/Moda, a cui l’effimero si affida/nel Miserere scritto su nastro/(e la nudità non più sospetta o lesa). Simboli, fonosimbolismi o ripercussione di suoni che rendono viva la vita, allontanando appunto l’anonimia, tema fondamentale dell’Esistenzialismo secondo Martin Heidegger che lo definiva come “lo stato dell’esistenza ‘inautentica’, per cui l’uomo, gettato nel mondo tra le cose e gli altri…”, perderebbe ogni carattere originale ed eccezionale, vivendo la vita del si impersonale e neutro. Ecco allora che la poesia di Domenico Cara non si lascia mai offuscare e diventa, verso per verso, come ebbe a scrivere di lui il poeta americano Peter Russell: “una singolare e indubitabile poesia-pensiero”, proprio come una Autobiografia: Abito con me stesso il culmine/incerto delle trasformazioni/privare, lo sciame della vita/e della morte; dall’alba all’arso/tramonto, resto fedele alla mano/destra che segna liberi alfabeti e incubi (da pag. 34). Ma oltre a Sperimentalismo e Ricerca la poesia di Domenico Cara sa ben cogliere ironicamente anche le ansie civili della realtà quotidiana come un Disequilibrio: Mi emoziona il senso della cronaca,/mi stupisce lo spazio di chi ha troppi/elementi sul furto nazionale, nel giogo/insufficiente, leciti per una matrice/del demoniaco, nei ritmi del deserto e,/in strappi d’ira, avvampamenti del glicine (da pag. 147).

 

DAVIDE ARGNANI

Da “Segni e segnali dal Nuovo Millennio” – RIVISTA L’Ortica – nr 13/114 – Forlì

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