Nazario Pardini sulla silloge “Tredici” di Raffaele Giannantonio

Giannant-copPoesia intensa, folta, vissuta, i cui versi, dalla solida tenuta lessicale, si fanno corpo di un sentire di epigrammatica metaforicità. Uno spartito di polimorfica espansione, questa plaquette, che, con il suo alternarsi di misure metriche, si offre all’abbraccio degli input vitali che la animano; ai tanti stati d’animo che la rendono complessa, variegata, polimorfica come è la  vita.  Sì, qui, c’è tutto l’esistere con i suoi travagli, le sue speranze, i suoi abbandoni e le sue rinascite; con tutti quegli ingredienti che lo condiscono e che, al fin fine, si traducono in poièin. “La vita è l’arte dell’incontro”, affermava  Vinicius De Morales, poeta brasiliano amico di Ungaretti, “ e vita e poesia sono la stressa cosa”.  E’ questa equivalenza che ci colpisce fin dalla prima lettura. Questa simbiotica fusione fra realtà e ricerca del vero. E sa il poeta, è cosciente della difficoltà umana di reperirne le tracce, la strada, dacché le  nostre forze sono esigue, e i nostri slanci oltre l’orizzonte che delimita il nostro esserc-ci sono destinati a perdersi in un cul de sac zeppo di brume autunnali;   in un percorso in cui il sogno, la memoria, gli affetti, il quotidiano, la spinta a scavalcarlo, le illusioni, le delusioni, Thanatos ed Eros si alternano vicendevolmente per confluire nella pienezza ontologica del nostro esistere. Una vicenda di dolore, anche, di inquietudine, data l’entità della nostra precarietà e delle sottrazioni che il tempo, nella sua implacabile corsa, ci impone. Magari si ricorre alla memoria, per farne un’alcova rigenerante, un edenico  ristoro; ed è così che ci vengono incontro volti, giorni, fatti, che, pur minimi, si rendono grandi, immensi nelle mani del tempo:

(…)

Eppure

l’ultimo raggio di sole         

disegna per un attimo,

negli occhi abbacinati del presente,

fisionomie antiche di un’infanzia

rimossa dal transito dei giorni,

quando il vivere era docile e leggero,

quando nascere era miracolo

solito e impertinente… (per un attimo).

E tutto scorre fluido, affabulante, con un perpetrarsi di endecasillabi che aiutano, con le loro esplosioni musicali, a riportare a vita il fascino di un’età rimossa dal transito dei giorni; di un’età affidata alla sinfonia di un verso, che, dopo misure più brevi o più espanse, si rende disponibile alle richieste dell’anima come un acuto da romanza lirica:

(…)

un’altra estate che finisce lenta, altre speranze

che volano lontane, uccelli a stormi

che il sole manco rende neri neri neri (Giorno di fine estate).

Branchi di uccelli che sfumano il loro nero in raggi di un rosso tramonto;  speranze che volano via fagocitate da frettolosi giorni; tempus fugit; voglia di rinascere, di credere e di rinnovare quel focus che si fa alimento di vis creativa: passato presente e futuro che si innestano indissolubilmente per il logos del “Poema”.  Ed è così che il poeta sa sperdere la sua essenza umana in mari senza fine; in mari che, pur terreni nella loro bellezza, allungano sguardi verso orizzonti che ci misurano coll’infinito:

(…)

Mare di Ionia

infinita presenza

nella storia dei giorni a venire,

sei te stesso nella gioia di cambiare,

pur rimanendo mare… (Ionia).

E dove amori di plurima valenza, di totale urgenza esplorativa, di erotiche impennate emotive, riportano a partenze che tanto sanno di redde rationem, di consuntivi adusi a intense meditazioni introspettive:

(…)

A te io lascio un cesto di ricordi

e una folla di piccole emozioni    

riposte con affetto dentro il cuore.

complicità ribalda per la quale,

in tutte le vicende della  vita,

giammai ti troveri sola e deserta (Partenza),

di vicinanza ritrovata nel calore del ricordo di una madre:

(…)

A te mi accosto, nel buio della notte,

ti stringo forte e arresto i tuoi pensieri.

Si chiude in sé il cerchio della  vita

e in te mi trovo un’altra volta figlio (Viaggio al tramonto),

o di quello di un padre.

(…)

Così qui mi hai raggiunto, o mio ingegnere,

dal passo d’implacabile tartuca;

hai costruito dentro me un ricordo

che mai nessuno potrà cancellare.

Dove tu sia non so, cosa neppure,

non ne posseggo percezione certa

So che mi manchi, anche se  mai sì forte

la tua presenza fu dentro al mi cuore (La maschera del figlio).

Solitudini di saudade sapore che fanno da leitmotiv in questa vicenda di generosa plurivocità. D’altronde la malinconia, quella abile nel dribblare il sentimentalismo, è un alimento fertile per germi di canto di un flusso magnetico tale da attrarre ogni amante del bel verso. Ma non sarebbe di sicuro sufficiente né la musicalità, né l’ispirazione, né il pathos, né il memoriale o quant’altro, se non ci fosse la parola, il verbo a dare consistenza al tutto. E qui la parola è frutto di una ricerca attenta e perspicace. Il poeta, attraverso figurazioni cromatiche mai oziose, attraverso iperboli allusive che vanno oltre il senso del termine, sa ampliare il contenuto in significanti fonoprosodici di levatura visiva. Se si constata, poi, che persino la natura si fa ancella fedele nelle cospirazioni paniche, nel dare consistenza agli stadi emotivi, senza mai scadere in semplice ornamento bucolico di una “verde foresta”, o di una “luna misteriosa”, ancora di più ci viene la conferma di un procedere assai rotondo, personale e al di fuori di ogni epigonismo.

Insomma Giannantonio, in questa storia dal sapore umano, troppo umano, pur riconoscendo dispiaciuto che l’uomo moderno non è altro che un viandante sperduto (Cardarelli) in una omologazione spersonalizzante di una società liquida (Baumann), lotta, controcorrente, alla ricerca di sé stesso e del suo essere, per trarre un bilancio sulla sua presenza; per confermare la sua individualità, che, in un percorso da via crucis:

(…)

Solo Cristo dal volto pietoso,

Maddalena dai lunghi capelli

o Martino dal caldo mantello

ristorare potrebbero i troppi

cataclismi dell’uomo disperso

fra le ombre dal giorno che cala (Le ceneri)

(…),

sa ritrovare, alfine, l’arduo cammino  che lo conduce alla sacrosanta e irripetibile vicenda che è la vita:

(…)

Voglio invece svegliarmi dal sonno

di una notte oscura di stelle

e riprendere arduo il cammino

nell’aurora di rosee certezze (ibidem).

Fonte: http://nazariopardini.blogspot.it/2015/01/n-pardini-lettura-di-tredici-di.html

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