Alessandra Angelucci si racconta tra arte, scrittura e scuola (da “Altrimenti”)

di Antonella Gaita

A tu per tu con il critico d’arte, giornalista e insegnante, Alessandra Angelucci (Giulianova, classe 1978) che racconta ai lettori di sé, delle sue passioni e dei suoi progetti…

Alessandra Angelucci

Partiamo da quest’ultimo punto. Venerdì 7 novembre 2014, alle ore 21, nella Sala Consiliare del Comune di Martinsicuro, sarà presentata la collana d’arte Fili d’erba da te diretta per la Di Felice Edizioni. Di cosa si tratta?

«Fili d’erba è un progetto editoriale che ha uno scopo ben preciso: raccontare l’artista attraverso la sua voce, ricostruire il suo percorso professionale grazie al racconto dell’esperienza formativa, culturale e umana dell’artista stesso. Il payoff della collana, infatti, rimanda subito a questo, all’unicità di un prodotto editoriale che si immette nel mercato dei lettori per introdurli all’ascolto della “voce di chi crea, di chi in un gesto ha immortalato un’esistenza”. Le pubblicazioni – aperte al mondo dell’arte moderna e contemporanea – saranno di vario tipo: libri-intervista, testi autobiografici e saggi. Nel caso della prima pubblicazione siamo di fronte ad un libro molto particolare, firmato dall’artista di origine nubiana Fathi Hassan, primo artista africano ad esporre alla Biennale di Venezia con la sezione “Aperto ‘88”. Un artista conosciuto in tutto il mondo per la forza segnica delle sue opere che molti hanno definito “pitture di parole”. “Un africano caduto dal cielo”, edito dalla Di Felice Edizioni, battezza la collana Fili d’erba e costituisce una raccolta di riflessioni e pensieri che, in questo specifico caso, sono felice di avere curato in prima persona. Il volume, scritto da Fathi Hassan in lingua italiana, presenta la traduzione in lingua inglese a cura di Morag McCarron e la prefazione di Katia Migliori».

Come è nato questo connubio con Valeria Di Felice, titolare della Di Felice Edizioni?

Valeria Di Felice e Alessandra Angelucci

«È nato con la stessa bellezza con cui prendono vita le cose vere: spontaneamente. Ho conosciuto Valeria Di Felice diversi anni fa, in occasione del Martinbook Festival, e già allora avevo avuto modo di notare la sua professionalità che si accompagna ad una onestà intellettuale indiscutibile, oggi sempre più rara nel mondo culturale. La passione per i libri e per l’arte ci ha portato di recente a ritrovarci insieme: un incontro, un caffè, un’idea che si fa voce e poi realtà. Valeria è come me: ha il fuoco della vita negli occhi. Fattore che ritengo determinante per chi vuole lavorare e farlo anche bene».

Il primo volume della collana si intitola “Un africano caduto dal cielo” dell’artista internazionale Fathi Hassan. Perché sei partita proprio da lui?

Hassan-cop

«È partito tutto da una telefonata. Fathi Hassan – che nel mondo ha reso universale la tradizione orale nubiana, grazie al suo personale linguaggio segnico – mi ha contatta e mi ha parlato di un suo sogno. In quel preciso istante mi sono sentita onorata: Fathi aveva scelto me per dare vita a ciò che poi è stato. Avevo già avuto modo di intervistarlo in più occasioni, di conoscere a fondo la sua spiritualità, la bellezza di chi si sente “cittadino del mondo”, la forza dell’uomo – non solo dell’artista – che considera la conoscenza dell’altro, il confronto fra i popoli e la cultura elementi essenziali per rendere un uomo davvero “ricco”. Inutile sottolineare che non si intende una ricchezza materiale. “Un africano caduto dal cielo” è un libro che racconta il sogno di un bambino che disegnava foglie di palma, di un ragazzo che ha guardato all’Italia come terra di grandi maestri, di un adulto che oggi testimonia il suo percorso umano e artistico. La parola è al centro, come l’emozione e ogni pura vibrazione che ne deriva».

Il nome Fili d’erba ha un significato ben preciso?

«Il nome Fili d’erba è certamente voluto. Sin dall’inizio ho pensato di rivolgere l’attenzione ad un nome evocativo e che linguisticamente rappresentasse la nostra identità, ossia quella di essere italiani. Per questo ho scartato qualunque forestierismo – oggi tanto caro al mondo dell’arte e del management – per abbracciare la scelta di un nome che ricordasse metaforicamente la nascita spontanea dell’estro creativo. Un filo d’erba nasce, cresce liberamente secondo natura, segue l’onda del vento e diventa forte grazie ai raggi del Sole. Proprio come l’artista che, crescendo, sceglie spontaneamente uno specifico linguaggio espressivo per affermare la sua esistenza e comunicare con il resto del mondo. Fortemente voluta è stata anche la realizzazione del video promozionale che accompagna la collana, realizzato dal Collettivo St.Ill con la collaborazione della performer Maria Rodi. Un video che ha già spopolato su fb e che sintetizza perfettamente il messaggio di Fili d’erba».

Come è noto ai più, sei anche critico d’arte. Quando è nata questa passione?

«L’habitat in cui si nasce e si cresce determina gran parte di ciò che siamo e, inconsciamente, contribuisce alla formazione silente di quei desideri e di quelle attitudini che si manifestano nel corso del tempo. Ciascuno di noi ha un appuntamento ben preciso con la verità di ciò che è realmente, al di là dei condizionamenti e delle sovrastrutture culturali. Io sono nata in mezzo ai colori e ai libri d’arte, e sono cresciuta con la spontaneità di chi ha giocato scalza fra i sassi del lungofiume o a “campana” nel vicolo di casa. Mia madre – in arte Alice – ha reso possibile che io mi avvicinassi al mondo delle arti visive grazie alla realizzazione delle sue mostre in Europa e in America. Essere figlia d’arte mi ha resa osservatore privilegiato di quel mondo che a molti appare oggi incomprensibile. Avendo un’artista in casa, ho potuto conoscere molto presto l’umiltà, la complessità, la stravaganza e l’unicità di chi sceglie di testimoniare la sua esistenza attraverso un particolare linguaggio espressivo. Terminati gli studi universitari, oltre che a curare mostre, ho cominciato a scrivere: volevo osservare, conoscere gli artisti. Volevo parlare di loro e di ciò che spesso non è possibile notare».

Cos’è l’arte per Alessandra?

«È l’unica salvezza. La forma più alta di comunicazione in una società in cui nessuno riesce più a comunicare».

Cosa rappresenta per te la scrittura?

«La scrittura è un momento di passaggio. È ciò che vive fra quello che sei un attimo prima e quello che sei un attimo dopo aver affidato a un foglio un’emozione. L’abito più bello che l’uomo possa cucire addosso a un corpo che si fa nudo».

C’è un momento particolare della giornata in cui ti dedichi a mettere nero su bianco le tue idee, i tuoi pensieri?

«I pensieri corrono veloci e a volte non fai neppure in tempo a trascriverli: conoscono la fragilità del tempo. Ho imparato a trattenerli. Di solito li appunto velocemente, in qualunque momento della giornata. La riflessione, invece, appartiene alla notte. Quando tutto si spegne, la parola si accende».

Fai parte anche del mondo della scuola, perché sei un’insegnante. Che rapporto hai con i tuoi studenti?
«Io direi meraviglioso, ma in realtà, a tale domanda dovrebbero rispondere i miei alunni. In questo preciso istante penso ai loro occhi quando entro in classe e vedo tanta luce. Finché vedrò nei loro sguardi quello specifico bagliore, credo di poter dire di avere speso bene il mio tempo».

Qual è la cosa più difficile in questo settore?

«Motivare i ragazzi: è indubbiamente la cosa più difficile che un insegnante possa riuscire a fare, oggi. Nel libro “L’ora di lezione” di Massimo Recalcati, c’è un passo bellissimo che traduce perfettamente quello che dovrebbe essere lo scopo dei docenti: “amare la stortura della vite, generare uno stile proprio, realizzare la vocazione del desiderio, rendere la vita una vite storta”».

Cosa cerchi di trasmettere, di insegnare maggiormente ai tuoi ragazzi?

«La curiosità e il senso di responsabilità. Essere curiosi permette di essere sempre vivi e imparare ad essere responsabili delle proprie azioni e delle proprie scelte aiuta a diventare cittadini consapevoli. Infine cerco di trasmettere loro l’importanza di credere in loro stessi e nelle loro capacità, qualunque esse siano. Spesso i giovani sono disorientati da una società che offre loro molti stimoli ma che, concretamente, dà poche certezze. Imparare a contare su se stessi credo sia fondamentale».

A cosa stai lavorando in questo periodo?

«Non posso svelare i nomi dei protagonisti, ma posso di certo condividere la gioia dei prossimi progetti: la seconda pubblicazione di Fili d’erba e la curatela di due mostre. A breve – questo posso dirlo – raccoglierò in un libro tutte le uscite della rubrica “Post-it, appunti sulla scuola”, che lo scorso anno ho curato per il quotidiano La Città, con cui collaboro. Un progetto pubblicato dalla Di Felice Edizioni che avrà la prefazione di Paolo Di Vincenzo, la postfazione di Giuseppe Lisciani, oltre all’introduzione del direttore de La Città Alessandro Misson. Infine continuo a scrivere per riviste di settore nazionali: Exibart e Contemporart».

Se dovessi dire “grazie” a qualcuno?

«Direi grazie alla passione che mi rende viva, alla caparbietà che non mi fa arrendere, all’energia che metto in tutte le cose che faccio».

Intervista di Antonella Gaita ad Alessandra Angelucci, da “Altrimenti”, 30 ottobre 2014

Fonte: https://altrimenti.wordpress.com/2014/10/30/alessandra-angelucci-si-racconta-tra-arte-scrittura-e-scuola/

 

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