LA TENZONE. Rubrica del confronto in versi… di GIOVANNI ZAMPONI

A Marino Miola, continuando in questo foro il dialogo dell’altro dì…

Caro Marino, tu pace l’hai fatta
col mondo, con la vita, con la morte;
nessuna sorte – dici – ha un’altra sorte,
ogni conquista è infine una disfatta.

Ti fai forte, per dirlo, della scienza
della necessità, e scienza del caso,
idee che travasò un Monod dal vaso
d’una più antica e nobile sapienza.

Ma la scienza, che non sa tutto quanto,
e che legge il di dentro della sfera,
che non vi sia una verità più intera
non può insegnarlo, né poco né tanto.

Insomma resta l’interrogativo
se chi è morto sia un morto o – forse – un vivo.

Post scripta

1. Tu osservi la certezza della fine,
me stupisce l’inizio oltre il confine.

2. Ogni poesia, con ciò che ne deriva,
esemplare esser può, mai normativa[1]

 

A Giovanni Zamponi

Proemio

Se tu mi inviti a nobile tenzone
io scendo volentieri nell’agone,
ché, come sai, del verseggiare all’arte
del tempo dedicai la miglior parte.

Speriamo che ogni forma scelta “in acta”,
per essere compresa, resti intatta
e non succeda come al tuo sonetto
che sulla destra sembra un scendiletto[2].
Argomento

Ora mi trovo nella zona scura,
che della vita la vecchiaia è detta,
ove sovrana regna la paura

che s’apra quella porta maledetta
e il Nulla si riprenda questo oggetto
sfuggito un dì per Caso alla sua stretta.

Affoga tristemente l’intelletto
nel tormentoso mar della memoria,
d’ogni speranza privo e di diletto.

Il cuore non confida alcuna storia
all’orizzonte rosso della sera:
i giorni sono salmi senza gloria;

nel tempo logorato si dispera
ed anche se rimira piante e fiori
non sente ritornar la primavera.

Ho un solo modo per tirarmi fuori
da questa sciagurata compagnia
di pensieri mortali e tristi umori:

li ammanto col color della poesia,
li cheto con il suono delle rime
e per un poco torna l’armonia.

( sette, come l’età, son le terzine )

 

Bene riversi il canto nella rima…

Rispondendo a Marino Miola  

Bene riversi il canto nella rima,
rivestita e adornata in bella festa,
che inghirlanda la terza con la prima;

e veramente ancor si manifesta
non l’argomento, ma quasi un amore
tra la rima seconda e quarta e sesta.

Vale questo più assai di quell’angore
che brandisce, a sua forza, il nero nulla,
il nero nulla che nel suo terrore

con le terrestri carni si trastulla,
antico mostro all’anima affannata.
Ma ogni poesia dall’occhio di fanciulla

sempre azzurra ogni vita, anche annegata,
dai gorghi al cielo, sù, in arcobaleno,
verso ogni verità che appar negata.

E se par non vi sia dentro quel seno
che sorvola la terra un altro eone,
là dove la parola sola è un pieno

di speranza sottratta all’illusione,
pur la parola è un indizio che spira,
e non trova in se stessa altra ragione

che sconfinare là ove il mondo gira
oltre quel modo che, pure corrotto
ancor da fine, aria nuova respira.

(e qui del sette si fe’ frutto l’otto)

 

Continuando con Giovanni Zamponi

Competere con te è un grave impegno,
in alto voli con la tua maestrìa,
purtroppo son Miola e non Sapegno.

Se ho ben capito, nella tua poesia
tu questa paragoni a una fanciulla
che mi rapisce e porta in altra via;

ma l’occhio vecchio più non si trastulla
a rimirar la donna ancor che bella,
perché capisce che non può far nulla.

Adesso, sulla terra, è la mia ancella
che porge una compressa a pranzo e a cena,
molecola che il nero mi cancella

e torno a verseggiar di buona lena
per dirti che la scienza all’occasione,
togliendoti il dolore, rasserena.

Tra scienza e fede è questa la tenzone:
l’una ti porta aiuto e ti soccorre
l’altra è un sostegno e chiede compassione.

La prima ti risponde quando occorre,
con la seconda invece al Camposanto
la speme su una foto puoi riporre.

( e resto al sette, ché non so far tanto ).

 

Sperando…

Ancora, da Giovanni Zamponi a Marino Miola

 

Sperando che non siano più troncati

i versi d’improvviso, come suole,

forse per stare in loco (s)formattati

 

(basterebbe, per farli stare al sole,

come fur concepiti, un po’ restringere

l’immagine ch’è accanto alle parole,

 

e anche magari un poco ridipingere

i tipi e, insieme, i modi dello scritto,

e così i lemmi in minor spazio stringere)[3],

 

oggi mi vedo da timor trafitto,

caro Marino, e intingere la penna

in calamaio da lacrima afflitto.

 

Se il tempo ora la vita ci dipenna,

si va cercando come riparare

il ben tolto con qualche oscura strenna:

 

un dono insomma, quasi a compensare

(ma poi vano, di fatto) ciò che Atròpo,

senza ch’altri più infili, sta a sfilare.

 

Inutile è negarlo, ciò che è dopo,

oltre ogni vista, oltre ogni tempo e spazio,

ha una sembianza vuota e senza scopo.

 

Ma se il confine abbuia e si fa strazio,

e la strada si tronca per se stessa,

il cercatore ancora non è sazio,

 

e brama che non sia solo una Messa,

la fede, ovver che tal non sia soltanto,

ma un rischio doloroso di scommessa,

 

portato inquietamente, e senza vanto.

E senza vanto, e grave d’incertezza,

un dubitar ti sia, di tanto in tanto,

crepa inquieta in granitica fortezza;

ché se la chiusa scienza s’arma e s’anima,

tendendo l’arco della sua certezza,

 

chissa se ciò che abbatte è giusto l’anima…

PS

Se in questa ragguardevole tenzone,

caro Marino, è sostanza la forma,

e se la forma è pure in (di)visione,

 

quando il verso si fa, e genera norma,

trarrai tu dispettosi impedimenti,

se qualche impedimento la dis-forma?[4]

 

O non trarran, più tosto, ammonimenti,

altri, intendendo, come è buono, i carmi

che fanno i tuoi sì nobili lamenti?

 

“Tu intanto ascolta, e t’apparecchia all’armi.”


La crepa del dubbio…

A Giovanni Zamponi da Marino Miola

 

Non dubito e non “crepo” senza scopo,

nessuno “dopo” morto è andato “altrove”

ed è tornato a dirci di quel “ dopo “.

 

Non governiamo il come, il quando, il dove

di questa fine certa, sentenziata,

ma l’aldilà si ammette senza prove

 

ché nasce nella mente frastornata

la brama di riavere un’altra vita

dai mali e dalle rughe liberata.

 

Ma se tu credi che non sia finita

quest’esistenza a noi toccata in sorte,

perché, dottore, curi la ferita

 

cercando di tener lontan la morte

e non l’accogli invece in allegria

se di un felice stato apre le porte?

 

Dell’universo siamo l’energia,

del suo disegno che disfà la forma,

ma in altro modo scorre tuttavia;

 

e allor m’acquieto, amico, con la norma

che in questo mondo nulla si distrugge,

nulla è creato, tutto si trasforma.

 

Un atomo di me nel cielo fugge.

 

Non mi prendi di certo alla sprovvista…

A Marino Miola da Giovanni Zamponi

 

 

Non mi prendi di certo alla sprovvista

con quella ben sensata tua domanda

che sdoppia ogni pensiero in doppia lista.

 

Non vedi che se gira la ghirlanda

di tanti nieghi intorno alla tua mente

nell’ultimo si cela la vivanda

 

di un possibile ‘sì’ che nega il niente?

E d’altra parte, come contestare,

contestar, bene intendo, apertamente

 

che al fine d’ogni ‘sì’ s’estenda un mare

di nebbia e di caligine profonda

che non ci è dato mai di navigare,

 

tanto perversa e tanto dura è l’onda?

Il fatto è che noi “siamo” e che “non siamo”:

ci eleva un polo, l’altro ci sprofonda,

 

ci scalda il primo a tutto ciò che amiamo,

ma con un’ombra di disperazione,

tanto il secondo adesca e tende l’amo.

 

Così veniam chiamati a decisione,

ché ritenerli entrambi è vana cosa,

tanto la nostra è debole visione;

 

onde ci stringe, lenta e soporosa,

un’andatura d’ebbro per la via

che del suo amaro è pur meravigliosa.

 

Marino amico, non è l’entropia

a dettar legge ai chimici legami

fino alla più complessa biologia:

 

se così fosse, a quali mai dettami

salirebbero in alto le reazioni,

a quali mai impossibili reami?

 

Non la regina delle formazioni,

ma solo la “conditio sine qua”

delle atomiche configurazioni

 

è l’entropia. E l’energia che fa?

Tu dici: “Non si crea né si distrugge,

ma solo si trasforma, e così va

 

nella chimica, dove nulla sfugge

– quanto è l’ingresso tanto sia l’uscita

più quello che il disordine si sugge –.

 

Tutto risponde a questo, anche la vita!”,

e alzi la mano in segno di vittoria

(o di sconfitta?). Ma non è finita,

 

ché la stechiometria non è la gloria

dell’universo, è solo una sua norma;

è il telaio del telo, non la storia

 

che v’è raffigurata. V’è una forma

che ascende e cresce, un “quale” senza “quanto”,

come quel “quale” che i tuoi versi informa:

 

l’“universo informatico”, che tanto

accoglie d’energia che quel che, sciolto

fosse nel caos, del caos fosse soltanto.

 

Voglio dirti che, insomma, splende un volto

detto dagli scienziati “informazione”

che nella “quantità” non ha risvolto.

 

Non ne deduco che sia un’intenzione

di qualche creatore a dargli stato,

dico che solo che va senza estensione,

 

e di necessità non è creato

da puri giochi d’energia evidenti

così come, anche questo evidenziato,

 

da ovvii giochi d’entropia latenti.

Ma ora passo agli altri dividendi

maturati e alla “quaestio” pertinenti.

 

 

V’è in natura un “horror non essendi”

che cresce smisurato fino al primo

animale cosciente e fa tremendi

 

i raggi della morte, e se ciò stimo

bene non trovo di quello cagione

che valga, se non quel che quivi rimo:

 

che cagione ne sia l’evoluzione

poco sovvien perché a qual pro sarebbe

tal resistenza ad ogni mutazione?

 

Il caso credi che si gioverebbe

di un tale attaccamento d’ogni vivo

alla sua storia? O forse non potrebbe

 

sgorgare da altra cosa, come un rivo

di più profondi intenti? Chissà, forse

v’è in gioco ben di più che un puro arrivo.

 

A me che, con ben misere risorse,

“contra mortem” mi faccio dell’ “essendi

amor” amante, questo senso accorse

 

quando volli per sì tanti calendi[5],

pur pavido e impotente, confortare

l’altrui lotta – a che vale se t’arrendi? –,

 

se a un grande arrivo fosse da arrivare.

 

[1] I due versi si riferiscono alla scarsa simpatia di Marino per la Divina Commedia, a causa – sostiene lui – della sua utilizzabilità per scopi morali o teologici

[2] L’espressione si riferisce a degli “a capo” che, per esigenze grafiche, spezzavano gli endecasillabi in una prima parziale diffusione dei primi testi in rete (Informazione.TV)

[3] Vedi Nota 2

[4] Vedi Nota 2

[5] Sta per “calende”, come in Dante, Purg., Canto XVI, v 27.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...