Recensione di Alberto Cellotto su Bobrowski (dal blog “LibroBreve”, 6 marzo 2014)

Le poesie di Johannes Bobrowski pubblicate da Di Felice Edizioni 

Premessa: mi rendo conto che esiste un panorama di cosiddette case editrici medie o piccole che davvero sta svolgendo una funzione importante, di collante di alcuni pezzi che la grande editoria sta inevitabilmente perdendo o magari, scientemente, devastando. E visto che con Di Felice Edizioni siamo a Teramo, in Abruzzo, rimango in zona e vi segnalo l’operato della casa editrice Galaad. Per stare nell’area adriatica ricordo Vydia, già ospitato qualche settimana fa su queste pagine con John Taggart, oppure il lungo meritorio operato di una casa editrice come la pugliese Manni. Nelle Marche c’è stata e continua ad esserci la presenza “rassicurante” di Quodlibet e adesso anche di Italic Pequod che prosegue la bella storia che fu di Pequod. (In bocca al lupo invece alla Giometti-Antonello del fuoriuscito Quodlibet Gino Giometti e di Danni Antonello, la quale sta ripartendo da Lenz di Georg Büchner nella traduzione di Alberto Spaini, con illustrazioni di Giuditta Chiaraluce e testi di Gottfried Benn e Martin Walser.) La lista potrebbe continuare a lungo e, ad esempio, spostandosi un po’ verso il Tirreno, ma rimanendo abbastanza al centro, annoverare le operazioni di salvataggio di testi rari del Novecento compiute da Fabrizio Zollo delle edizioni Via del Vento di Pistoia (vorreste ad esempio leggere Gertrud Kolmar? Dovete passare per le edizioni Via del Vento). Insomma, anche questa lacunosa lista, che dimentica tantissimi altri nomi, dice di un panorama di resistenza ma anche innovazone editoriale che fa ben sperare. Come sempre, se qualcosa funziona, può succedere che il pesce grande arrivi a mangiare il pesce piccolo. Dovesse succedere, speriamo almeno che lo digerisca bene ed escano feci dure e ben formate, non un nauseante schizzo di diarrea. “Ben sperare” tuttavia non è più sufficiente, questo va detto, e non è mai bastato. Serve comunicare questa positività intravista, tanto per cominciare, almeno dal punto di vista di chi scrive qui, e poi provare ad uscire da un’ottica “regionale”, che è un buon inizio ma che non può bastare, serve provare a creare qualche ponte, gettato sulla base acquatica di un qualcosa che spesso dimentichiamo ed è quella lingua italiana nella quale quest’editoria si esprime. E naturalmente serve operare alla base, dalle scuole all’università, dimenticando (sì: dimenticando, basta con il “ricordare a tutti i costi”) il clima deprimente degli ultimi anni.

Prendiamo allora questo Poesie di Johannes Bobrowski pubblicato da Di Felice Edizioni (pp. 112, euro 15, traduzione di Davide Racca) nella collana “I poeti di Smerilliana” diretta da Enrico D’Angelo. Attualmente questo è l’unico libro di Bobrowski disponibile in italiano. Basterebbe questo semplice dato commerciale a dire molto, senza troppo aggiungere. Johannes Bobrowski (Tilsit 1917 – Berlino 1965) ha lasciato tre volumi di poesia e non molte pagine di prosa: Sarmatische Zeit del 1961 (“Tempo sarmatico”), Schattenland Ströme del 1962 (“Terra d’ombre fiumi”) e il volume pubblicato due anni dopo la morte Wetterzeichen nel 1966/67 (“Segni di tempesta”). La parentesi di pubblicazioni, come apprendiamo dalle nude date, fu tardiva e non fu estesa. Questo volume curato da Davide Racca propone una significativa scelta attorno alla traccia lasciata da questo poeta e prosatore “sarmatico”, che trascorse in mobilitazione l’intero decennio ’39-’49, prima come soldato della Wehrmacht fino al 1945 e poi come prigioniero sovietico. Bobrowski  varcò la soglia dell’italiano quattro anni dopo la sua morte, grazie a un volume di Mondadori curato da quel grande traghettatore e traduttore che fu Roberto Fertonani.

Le poesie invecchiano? Forse sì, invecchiano anche loro, nessuno si scandalizzi, invecchiano anche quando sono grandi poesie. Ma non è un problema. Invecchiano e non necessariamente muoiono, visto che sono già morte alla nascita. Credo che sotto certi aspetti la poesia si possa sempre considerare una creazione nata-morta. Possono invecchiare bene le poesie, nella loro morte “scontata vivendo”, anche attraverso secoli (o millenni). Non so se migliorano invecchiando, come si dice di certi buoni vini (che dipenda un po’ anche dal tappo con cui chiudiamo la bottiglia e il liquido al suo interno?). Di sicuro non sempre. Ad un livello personale, negli ultimi tempi riscontro che mi parlano come buoni vecchi le poesie di questi autori che trovarono accoglienza tanto nella Germania dell’Est, dove Bobrowski fu riconosciuto come uno dei principali poeti, che in quella dell’Ovest. Un altro caso è Peter Huchel, del quale s’è detto brevemente qui, e che fu amico e a lungo corrispondente di Bobrowski. Oppure quello di Reiner Kunze, del quale trovate qualcosa qua. La poesia di Bobrowski inspira la divinità del luogo, ed è sempre più chiaro che ogni poeta vero ha quasi certamente un proprio luogo sacro. Per Bobrowski la Sarmatia romana fu proprio questo luogo, un luogo che oggi, tra l’altro, si trova sempre più frequentemente al centro della cronaca di guerra. Non riporto poesie, ma rimando a questa pagina per alcune versioni del curatore di questo volume. Qui, nello scrigno di Francesco Marotta intitolato “La dimora del tempo sospeso”, trovate invece altre poesie di Bobrowski nella traduzione di Adelmina Albini. Lascio spazio ai testi e alle traduzioni, per chi vuole leggerli. Che questa segnalazione diventi soprattutto un punto di partenza, un invito che passa necessariamente attraverso questa meritoria pubblicazione delle Edizioni Di Felice. Post di Alberto Cellotto

Fonte:

http://librobreve.blogspot.it/2014/03/le-poesie-di-johannes-bobrowski.html#comment-form

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