«Esercizi spirituali per cosmonauti» su paesaggi di solitudine (da “Il Manifesto” del 16 febbraio)

Ferri-copArticolo di Massimo Raffaeli

Non è stato affatto un poeta precoce, Marco Ferri, avendo esordito a trentasei anni con una plaquette dal titolo umilissimo, Prove e variazioni (’86), che tuttavia un maestro come Franco Scataglini aveva allora salutato nei termini di un vero riconoscimento. Nato a Fano, già direttore con Gabriele Ghiandoni e Ercole Bellucci di «Cartolaria», traduttore raffinatissimo – fra gli altri di Claude Simon e Queneau, nonché dei Miserabili di Hugo (Frassinelli ’97) – a quell’esordio memorabile Marco Ferri ha fatto seguire non più di quattro o cinque raccolte (e tra queste Nero il bianco, ‘94, e Discorsi in cucina, Aragno 2007) dove ha messo progressivamente a fuoco tanto la condizione biopolitica dell’essere «qui», nel presente più ossessivo e non in un astratto «altrove», quanto una dizione che nella esattezza metrica, sempre ai limiti della epigrafe e dello scatto gnomico, ha guadagnato una riconoscibile fisionomia. Che, sia detto per inciso, è la stessa di un poeta fra i non molti che oggi abbiano qualcosa da dire di serio e fondato sull’hic et nunc senza dover ricorrere a una parola presa a prestito. Ne dà piena conferma Esercizi spirituali per cosmonauti (Nota di Peter Kammerer , Di Felice Edizioni, «I poeti di Smerilliana», pp. 71, € 15.00), un libro il cui orizzonte è un paesaggio di perfetta solitudine, arido e spogliato o persino anaffettivo, cioè la terra di tutti (e di nessuno) che si chiama globalizzazione.

L’assenza di toponimi e nomi propri, un clima che sembra non poter scampare mai dalla malinconia dell’autunno e dalla morsa dell’inverno, una superficie costellata di scorie e di ambigui detriti, così anonima da sembrare ormai totalmente disabitata, un mare che sembra ridotto a una laguna opaca e limacciosa, tutto ciò implica il fatto che «ogni affetto è freddo/freddo affettuosamente/per sempre//»,  come per esempio nel flash che cattura la normalità mortuaria dell’affollamento urbano: «il sorriso dei manichini/portati sulle spalle dai facchini//tra la folla le occhiate/al carico dei simulacri//un groviglio di arti/nella fossa comune/di un furgone//». L’io del poeta si ritrae, i versi aggallano nel bianco mentre viceversa, per muta allegoria, dilagano gli spazi di bianco e silenzio, se infatti scrive Kammerer: «Rinchiudono lo stato d’animo di un periodo, la fine di qualche cosa. Rimangono come reperti e sintomi di una situazione.»

Colpisce l’equilibrio percettivo da cui si scocca la parola di Ferri, la scansione posata di un segno che non tradisce né revulsione né collusione con quanto viene inventariando. Il lettore avverte la necessità di questi versi, la loro micidiale tempestività, l’assenza di maquillage e sottintesi. Del resto l’immagine di clausola, in sarcofago, ci dice a che cosa è ridotta la scommessa esistenziale della canna pesante: «un legnetto/un rametto concettuale/galleggiante/segnale//». Cioè, per noi, una storia reificata, integralmente mineralizzata.

 

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