Lettera di Gianni D’Elia ad Antonio Camaioni (22 agosto 2013)

                                                                                                 Pesaro, 22 agosto 2013

Carissimo Antonio,
sì, il mito della Poesia come innocenza perduta ci unisce; dopo tanti anni, mi pare di poter dire che, con questa tua antologia, tu hai centrato il tuo fuoco lirico, in una sequenza o quintessenza emozionante; ecco che tutti i frammenti, ordinati e ripuliti, come se dipingessero un ritratto, indicano come dalla lacerazione esca di continuo una provvisoria liberazione e salvazione; certo, il tratto della notte tormentosa e dell’alba agognata, la macerazione dell’anima che non si assolve, l’io che diventa noi, nei tratti più assoluti e morali, che sanno la distanza degli altri e la propria pecca originaria, ci guidano a quel commento, che già anni fa accennavo: testimone lacerato della propria anima, antinaturalismo e anti-impressionismo, nella scia di Rimbaud e di Campana, espressionismo lessicale e sintattico, aulicismi e strappi metrici, indici del conflitto interiore e di relazione; ma, oggi aggiungerei che il tratto più forte mi sembra la ripresa dell’uomo di pena ungarettiano, e la sua nuova risoluzione lirica, non più dentro l’osmosi della guerra mondiale, ma della matura crisi globale; così che Dei corvi e delle spighe risulta un canzoniere della ricerca di uno per tutti, un grido di coscienza, un perenne appello per il lettore a guardarsi e giudicarsi, nella sua indifferenza e nella sua solitudine chiusa…
Hai fatto un ottimo lavoro d’artista, hai composto e disposto in un terriccio ricco i tuoi fiori immolati, per il lavoro nuovo a venire, che ti auguro intenso e prodigo di frutti, con una vita meno sconvolta che in passato, e con tutte le nostre e nuove amicizie della stima umana e del testo, che credo ti darà molte soddisfazioni, con il mio abbraccio.
PS E complimenti per l’ottima edizione…

                                                                                   Gianni D’Elia

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