Intervista di Simone Gambacorta a Valeria Di Felice (da Blog Galaad Cafè – 15 giugno 2011)

1-6Prima di diventarlo in proprio, sei andata a bottega, come si diceva una volta, da un altro editore. Che cosa ti ha insegnato questo apprendistato?
«Ho lavorato per tre anni come responsabile redazionale in una casa editrice calabrese. Più che apprendistato è stata un’esperienza formativa a 360 gradi: professionale ma anche umana. È stata un’occasione che mi ha messa alla prova, mi ha fatto “scoprire” un mondo pieno di fascinazione e allora per me poco conosciuto, pur avendo da sempre un amore viscerale per la letteratura e in particolare per la poesia. Ho imparato soprattutto a “relazionarmi” con me stessa e con la sensibilità degli altri scrittori: mi ha reso più intuitiva».

Dopo quanto tempo hai deciso di creare una tua casa editrice? E quali sono state le tappe che ti hanno portata a farla esistere?
«Dopo aver lavorato tre anni in Calabria, in maniera molto istintiva ho deciso di mettermi in proprio e ho fondato nel 2010 la “Di Felice Edizioni” nella mia città, Martinsicuro. Molti potrebbero considerare il nome della casa editrice un po’ autoreferenziale, ma la mia scelta è stata dettata dalla volontà di “non nascondermi” e di assumermi la piena responsabilità di ciò che pubblico».

Domanda d’obbligo: quali sono le difficoltà che incontra oggi un giovane editore in Italia?
«Un editore, soprattutto se ha pochi mesi di vita alle spalle, deve fare i conti con gli investimenti pubblicitari necessari per avere una visibilità efficace e con le difficoltà della grande distribuzione che spesso impone condizioni un po’ disagevoli per un piccolo editore, come un catalogo molto ricco e una tiratura elevata, condizioni che spesso tendono a privilegiare la quantità a scapito della qualità. Di contro, essendo un piccolo editore, cerco di trovare vie alternative. Tra i progetti editoriali che sto portando avanti ci sono la traduzione dei testi italiani in altre lingue, in particolare in quella araba, per avvicinare una fetta di pubblico più vasta e promuovere la cultura italiana anche all’estero, e l’organizzazione di eventi e manifestazioni che valorizzano la produzione letteraria e allo stesso tempo la avvicinano ad altri generi artistici come la musica, il teatro, il canto».

Purtroppo, dalle nostre parti, che sono uguali a quelle di ogni realtà di provincia, debbo constatare quanto fatichi ancora ad affermarsi la pur evidente differenza tra stampatore ed editore.
«Il tipografo si occupa della produzione del libro in quanto oggetto, si prende cura della sua “veste” materiale. L’editore si rivolge con occhio attento e spirito intuitivo alla sua ragion d’essere. Si prende cura dell’anima del libro, del suo contenuto, è colui che rende fruibile il libro al lettore sia dal punto di vista letterario che imprenditoriale. Egli crea un “filtro”, uno spazio di mediazione tra lo scrittore e il lettore: un “filtro che non “censura” e non tradisce le intenzioni dello scrittore, ma le rende ancora più “incisive”, “immediate”, “persuasive”».

Qual è quindi la responsabilità “culturale” di un editore?
«Fare l’editore è un’attività “estremamente” culturale. Per una “civiltà della scrittura” come la nostra, il libro non è un’istituzione da biblioteca, ma è una realtà che riflette e allo stesso tempo struttura il nostro immaginario collettivo, crea senso di appartenenza, identità, continuità, si fa veicolo del patrimonio culturale e apre spazi di riflessione. Dunque, importante è la responsabilità dell’editore, che non sia mosso solo da logiche di mercato: egli contribuisce a dare una direzione di senso, a forgiare la memoria storica in cui la parola, che traduce l’esperienza dello scrittore e del suo mondo, è il detentore della conoscenza e della riflessione identitaria; egli alimenta continuamente quella luce che consente di “vedere”, attraverso la scrittura, le testimonianze del passato, e di rendersi a sua volta testimone e interprete del presente».

La tua casa editrice verte attorno a te: ma hai anche collaboratori e consulenti esterni, giusto?
«Sì, conosco tante persone, tra critici, professori, scrittori, giornalisti, con cui ho un rapporto di stima e di fiducia. Anche se di solito ho le idee chiare, quando voglio portare avanti un progetto, sono molto aperta all’ascolto e al confronto, e mi piace – anche come politica editoriale – creare una rete che mi consenta di ottimizzare al meglio le risorse culturali che ho a disposizione. Per questo sono aperta alla collaborazione con altre forme artistiche ma anche con le istituzioni: ad esempio, insieme all’assessorato alla cultura della mia città sto portando avanti il Premio Letterario “Città di Martinsicuro” che, oltre a valorizzare l’attività letteraria, promuove il patrimonio storico-culturale del territorio del Truentum, sia antico che contemporaneo, attraverso l’intitolazione di due sezioni speciali all’artista Mauro Crocetta e al Truentum stesso, in virtù del legame viscerale tra scrittura e identità, come base per la partecipazione e il coinvolgimento di tutti e come preziosa occasione per riflettere o rappresentare noi stessi».

Qual è stato il primo libro che hai pubblicato?
«Fisica semantica, ovvero della magia del suscitare: è una silloge del poeta Sante De Pasquale, il primo autore che ha condiviso e sostenuto la mia politica editoriale e di cui sono una profonda estimatrice; e non perché ha pubblicato con me!… perchè mi ha aperta a nuove prospettive culturali, la sua fede e militanza letterarie sono state da stimolo per credere ancora di più nel valore della poesia».

Parlami un po’ del tuo catalogo, dei libri che sinora hai pubblicato.
«Sinora ho pubblicato libri di poesia, pochi ma molto significativi per me, e un piccolo saggio storico a carattere territoriale molto accurato. Ho in cantiere anche romanzi di autori già affermati ed emergenti che pubblicherò dopo l’estate».

Una particolare predisposizone per la poesia, a quanto vedo…
«Sì, anche se imprenditorialmente parlando è il genere meno redditizio con una vendibilità bassissima, ho deciso di investire molto nella poesia: sia perché ho una personale dedizione al mondo poetico, sia perchè credo molto nell’autorevolezza della parola poetica come forma artistica che ci riconnette al nostro essere-nel-mondo. Occuparmi di poesia è per me una questione di sopravvivenza, di nutrimento, di ricchezza umana».

Quali sono le fasi che portano alla pubblicazione di un tuo libro?
«Prima leggo e valuto il testo. Se l’autore accetta la mia proposta di contratto, curo l’impaginazione, la grafica, la revisione, dopodiché mando in stampa il libro. Una volta pubblicato il libro, il lavoro di editore non si esaurisce lì: si studia una strategia di vendita in base ai canali più adatti, si organizzano presentazioni, si immette l’autore in una rete di contatti validi al fine della promozione».

Che tipo di cura riservi alla veste grafica?
«Massima! La veste grafica è la prima cosa che colpisce l’attenzione del lettore, per cui riservo molta cura sia nella scelta dei materiali sia nella ricerca di una grafica il più possibile “appetibile” per il lettore».

Prima parlavamo del tuo apprendistato. Cosa pensi delle scuole e dei master di editoria?
«Sono utili, se fatti da persone professioniste e con finalità chiare e realmente rivolte alle esigenze dello studente e del mercato. Sono ancora più utili per la formazione di alcune figure inerenti il lavoro editoriale come il redattore, il correttore di bozze, il grafico, figure che hanno bisogno di specifiche conoscenze. Per quanto riguarda l’editore, poi, è bene che abbia una conoscenza vasta in più campi, ma la caratteristica più importante secondo me è l’intuizione, e questa si sperimenta solo sul campo attraverso l’esperienza diretta».

Altra domanda d’obbligo: il libro di carta scomparirà o resisterà alle nuove tecnologie?
«Difficile fare pronostici: Internet è sicuramente la nuova frontiera dell’editoria, gli ebook hanno i loro vantaggi: sono più economici, si ingrandiscono i caratteri a propria scelta, si risparmia spazio e sono anche più ecologici. Sicuramente inaugurano una nuova era per l’approccio alla parola scritta e per la percezione della lettura. Tuttavia, anche se “gli esperti” dicono che tra qualche generazione il libro tradizionale sarà un reperto archeologico da biblioteca, non credo che esso scomparirà, o perlomeno me lo auguro. Pensate alle sensazioni che suscita lo sfrigolio delle pagine, l’odore della carta, il gesto rituale nello sfogliarlo, i colori delle copertine… particolari che coinvolgono tutti i sensi del lettore… Ma al di là dell’affetto e del rapporto “personalizzato” con il libro, siamo sicuri che i libri elettronici siano altrettanto durevoli nel tempo? Non sono contro gli ebook, anzi credo che siano una novità tecnologica positiva fino a quando riusciranno a convivere con il loro alter-ego, i libri cartacei, e ad essere non “la scelta” ma “un’alternativa”».

Oltre che della tua casa editrice, ti occupi di eventi letterari, per esempio il Martinbook, come accennavi…
«Il Martinbook Festival è un appuntamento con l’Arte in tutte le sue espressioni: incontri con autori e artisti, reading poetici, spettacoli teatrali, concerti fanno da corollario ad una rassegna libraria che vede la partecipazione di numerose case editrici non solo abruzzesi. È una iniziativa che spero possa avere sempre più consensi in futuro, perchè mira ad avere rilevanza non solo in campo turistico ma anche culturale: il programma infatti accoglie eventi non solo di puro intrattenimento ma anche di una certa portata culturale. Il prossimo appuntamento con il Martinbook Festival è dall’11 al 17 luglio 2011, sul lungomare martinsicurese, con scrittori e artisti quali Mario Giordano, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Giulio Borrelli, Vins Gallico, Umberto Braccili, Cinzia Leone, Lorenzo Bartoli, Angelo De Nicola, Laura De Berardinis e altri. Il Festival si rivolge sia ad appassionati del settore che seguono con apertura il dinamismo della vita intellettuale e sia a coloro che sono animati da pura curiosità, per chi volesse più informazioni c’è il sito di riferimento www.martinbook.it».

Tratto da Blog Galaad Cafè

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