Antonio Camaioni, Dei corvi e delle spighe. Nota critica di Davide Argnani

Antonio Camaioni, Dei corvi e delle spigheDopo anni di silenzio (L’errante è l’ultima silloge del 1999 nelle edizione de L’Ortica di Forlì), ora, fresca di stampa, è uscita nel mese di luglio 2013, con l’aggiunta delle ultime poesie inedite, l’opera omnia Dei corvi e delle spighe di Antonio Camaioni con una ben radicata prefazione di Valeria Di Felice la quale a un certo punto fissa in bel rilievo la carta di identità del nostro vero e particolare autore: «Poeta avventuriero e ribelle: proprio come Arthur Rimbaud, compie un viaggio in Africa che dura più di dieci anni. Poeta notturno: proprio come Dino campana… Testimone inquieto e interprete radicale dell’essere…» come in questi versi da pagina 118: «Essere saggi non si può, | mai più in un tempo che meraviglie vieta – | ma bimbi ancora sì, ma folli e poeti: | traversarne i carnai canticchiando | stornarci, sopportarne gli orrori, noi, | noi turbinando, ingorghi di chimere, | di linfe erotte da marcite croste | a subissarci – eh, per divini sbocci…».

La poesia di Antonio Camaioni, così densa di scatti e di strazi, di allegrie e di invettive, di allegorie e di dolenti metafore, continua a colpire il lettore per il suo carattere ribelle, a volte oscuro ma più spesso colmo di imponderabili e acuminati simbolismi esistenziali. Non soltanto perché «Ci sono parole, | parole che rodono | e rodono il cuore, | che a pascere incubi | inghiottono sogni…» ma perché dopo anni di profonde illuminazioni contrastanti in un vortice continuo di una realtà dell’assurdo fra vita errabonda e nichilista Camaioni persevera in una costante metafisica autocondanna tipo delitto e castigo di dostoievskiana memoria. Antagonista più di se stesso che nel confronto con l’altro da sé, questo poeta, lontano da ogni scuola, e da ogni conventicola poetichese, non si lascia prendere dalle mode e va sempre per conto proprio. Errante e agli antipodi della vita borghese, le liriche del nostro autore sono impregnate di vita vissuta, di viaggio e di luce. è un commesso viaggiatore della poesia di strada colta nei suoi attimi di maggior tormento. Come uno specchio magico egli coglie riflessi e immagini della realtà in presa diretta, vivendo drammi e gioie con lo spirito del tormentato protagonista e il sentimento dello scaltro osservatore, ora eroe, ora vittima. La sua scuola di poeta è la strada, il sentiero che lo porta alla scoperta del mondo e anche, insomma, degli inganni della vita. È durante questi suoi passaggi di fuga, dal paese natio e dall’adolescenza a quelli pregnanti della realtà, che, andando alla ricerca di nuovi percorsi di vita lungo le rotte dei mari o delle vie impervie d’Africa, l’uomo Camaioni, prima di scoprire la poesia, al contrario di un Arthur Rimbaud o Dino Campana, accumula esperienze e fatti di vita, ubriacature di colori e luci di immensi paesaggi per lui inconsueti, dai quali, al pari di un novello Blaise Cendrars, non riesce mai più a liberarsi come fosse attratto dall’incantesimo di una enigmatica maga. Ma una volta abbandonata la grande ebbrezza e ritornato in contatto con il proprio nido materno, tutta la sua rabbia interiore esplode improvvisa attraverso la scoperta della Parola. Tutta la primitiva furia ribelle che lo ossessionava nel corpo e nella mente sembra, se così si può dire, folgorarsi grazie a una improvvisa e continua liberazione che l’avventura della Parola impone. Ed è proprio soltanto dopo quella lunga macerazione esistenziale e sentimentale in giro per il mondo, che il viandante Camaioni, dopo il suo ritorno a casa, inizia a confrontarsi con la poesia senza mai più abbandonarla.

Se oggi volessimo parlare di un poeta definendolo uomo dalla vita notturna e allucinata, maledetto o sregolato al pari di un Edgar Allan Poe, Charles Baudelaire, o ad altri ‘maledetti’ del primo ’900 quali, per esempio, oltre ai già citati Campana e Cendrars, Sergei Esenin, César Vallejo, Emanuel Carnevali e altri rischieremmo di cadere nella più pura banalità. Camaioni ama la poesia di questi maledetti ma la sua fuga dal mondo civile va per altre strade ed anche per altri versi. L’uomo e poi il poeta, prima di tutto, hanno bisogno di perseverare nella ricerca alla scoperta dell’universo che li circonda per poterlo ribaltare a propria immagine e somiglianza, donandosi anima e corpo al tumulto del mondo che fin da giovanissimo va a scoprire, ed è proprio solo dopo anni di viaggi e tormenti che l’esploratore Camaioni prende in mano carta e penna per dettare le proprie confessioni di uomo e di avventuriero poeta, al contrario di tanti altri nati prima poeti e solo più tardi commessi viaggiatori alla ricerca, o meglio, alla riscoperta della propria anima dannata.

Conosco le parole e i versi di Antonio Camaioni ormai da lunga data. Timbri e suoni che rimbombano continuamente vivi nel sangue e nella mente, ogni volta nuovi e scalpitanti. Anche se rivisti e con l’aggiunta di fresche novità, i versi di questa fatica antologica Dei corvi e delle spighe testimoniano la costante e originale dizione della sua poesia. Antonio Camaioni ha iniziato a scrivere tardi, dopo i trent’anni. È del 1990, a quarantun anni, il primo esordio con la raccolta Ci sono parole, parole che rodono (Edizioni Nuovo Ruolo, Forlì), a cui seguirono Grucce d’oro (Edizioni Tracce, Pescara 1993), Dei silenzi (Edizioni Mobydick, Faenza 1995) e L’errante (I Quaderni de L’Ortica, Forlì 1999). Ora questa raccolta antologica dal titolo pur esso intrigante Dei corvi e delle spighe, vista e rivista, se non addirittura riscritta o riveduta da verso a verso fin dal primo libro, con l’aggiunta delle ultime e nuove composizioni, ci dimostra quanto tutta la sua produzione poetica sia stata e sia una concreta ragione di vita e di impegno civile e stilistico lungo un ribollire continuo di avventure, sogni e speranze. Non è facile valutare questa scrittura, com’è altrettanto difficile decifrare il senso di una vita dal carattere ribelle, anarchico, a volte anche oscuro, autonomo, spesso impossibile da giudicare secondo i canoni ormai desueti della poesia in voga a cavallo di questi due millenni stracolmi di grilli parlanti.

Forse prima ho esagerato e peccato di presunzione a voler citare tante penne illustri. Potevo farne a meno. Infatti il lavoro di questo poeta non ha bisogno di spalle di sostegno, o di paragoni con un mondo sì universale di esperienze ma purtroppo ormai sepolto dalle mode di un qualunquismo sempre più minaccioso o scontato. Il tempo vola, la vita è un continuo parapiglia di convulsioni e di abbagli etici ed estetici, la parola rischia di perdere la propria potenza, proprio come la Storia ci insegna tutti i giorni. Ma ecco, la personalità difficile, fragile, controversa di Antonio Camaioni e la radicalità della sua scrittura ci fa pensare più a un uomo in rivolta piuttosto che a un semplice registratore di umori quotidiani alla moda, una coscienza ricca di sentimenti precisi e inalienabili perché, dopo tutto, il nostro poeta continua a perseverare alla scoperta di se stesso e della realtà che lo abbaglia, in un confronto sia aspro sia colmo d’amore, nonostante la costante irrequietezza.

C’è rabbia e animosità nei suoi versi perché il poeta affronta la prova più difficile, l’affondo dentro la propria vicenda umana, scandita attraverso il ricordo delle circostanze biografiche che ne hanno segnato lo svolgersi nel segno del dolore e della rivolta ma sempre con calibrata espressività anche nei tratti più violenti. È maestro di lima e di lama consapevole dell’uso e abuso della parola scritta. Della vita ha voluto e forse ancora vuole scalare le pareti più irte e scabrose del proprio io. Ma in fondo, anche se lui non vuole rendersene conto, è uno che ha nel cuore e negli occhi un bisogno disperato d’amore («E dal ramo scabro | vedi la gemma | aprirsi, a tenerezze – | carezze d’astri e lune – | …sentile, nel silenzio, | le arie armoniche di primavera | che scrosciano luce…»). Spesso esasperato, è uomo incompreso o meglio inesplicabile e allora si lancia alla ricerca della sua verità frugando dentro il proprio sottosuolo umano, amaro e infernale, facendone infine un ritratto aspro dell’essere collettivo e assurdo dell’uomo contemporaneo con la consapevolezza che «Ci vorrà tempo | non basterà una vita – | chissà quante altre vite | e quali doglie – | forse un’altr’arca – | perché si sappia quale pianto possa, | perché possa, dal sogno stillato, | goccia a goccia | penetrare la sua scorza: | umanità aggrumatasi | più dura di roccia.». E il tempo pare dargli ragione se poco dopo la rabbia della sua voglia di vivere lo induce, ancora una volta, dantescamente, a rilevare e a condannare quelle eterne ataviche essenze negative delle umane genti: «Ora, | nel secolo devoto | più al prodotto | che al creato: || bruci! | bruci la borra | delle tue criniere || precipiti! | nel borro | dei tuoi stessi toschi umori, | la pensile boria | su le torte colonne e costole: | le flagellate…». Ma è proprio da questa ansietà che il poeta sembra far scaturire, anzi esplodere, tutta la sua potenza espressiva direttamente dal più profondo del suo alito vitale perché… «risalendo – | mai strisciando – | cavalcando le vorticanti schiume | dei torrenti dell’io – abortito | dall’urlo senza voce, | dai corvi satolli di spighe, | dal puro, suo altissimo inferno – | eccomi giunto, esausto, | alle cloache dei tuoi paradisi»…

Da quando ha scoperto l’uso della parola, dopo i trent’anni, Camaioni non fa che usarla insistentemente per affermare di aver ritrovato il suo essere fanciullo. Allora riparte da zero, con una nuova verginità, per dire il suo dolore e la sua ritrovata felicità, per dire i suoi umori nuovi della vita. Tutta la sua poesia si snoda lungo un linguaggio univoco, singolare, personale, ricco di metafore e di surrealismi inquietanti. Discorre di amori e di odi, di morte e di dolore donando al senso comune del vivere i connotati di una tormentata avventura senza fine. Addirittura sembra quasi si diverta ad andare, qua e là, a resuscitare parole inusitate, dimenticate, sepolte negli archivi del tempo e nella dura coscienza degli uomini, per donar loro nuova forza e lucentezza, e Dei corvi e delle spighe il poeta ne fa autentica enciclopedia. E dagli Inadempiti degli ultimi frammenti:

II

Sgranato vano il suo rosario d’albe,

l’accecate pupille in te rovesci:

le scarni unghie e spezzi

giù, a raschiare

sul fondo più profondo

del pozzo prosciugato –

e buio scolpito –

dal tuo terzo occhio…

III

Che tremendo il suo silenzio sia –

dei deserti rovente – la vorticante

polvere delle tue parole

nella gola arsa

di dio?

Davide Argnani

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